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Home Lezioni di storia Le insorgenze borboniche a Pantelleria

Le insorgenze borboniche a Pantelleria

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Il 6 Giugno 1860 una speronara attracca dalle parti di Cuddie Rosse.
Solo un mese è trascorso dallo sbarco di Garibaldi a Marsala. A bordo vi sono tre filo-piemontesi e un tricolore.
Se dobbiamo credere che mille garibaldini conquistarono la Sicilia, possiamo credere egualmente che tre uomini e una bandiera conquistarono l’isola minore.
La verità, in Sicilia come a Pantelleria, è che la popolazione si spaccò in due, tra chi voleva l’annessione al Regno d’Italia e i “legittimisti” delle Due Sicilie.

La resa di Pantelleria venne contrattata con il governatore militare, un certo De Angelis, che accettò senza sparare una schioppettata, e tornandosene a Napoli con i suoi soldati, la costituzione di un Consiglio civico provvisorio alla cui testa venne posto Fortunato Ribera.

 

Il Ribera era esponente di una delle principali famiglie dell’isola, quest’ultima attraversata, probabilmente al pari di tutte le altre, da una frattura interna tra filo-piemontesi e filo-borbonici.

La frattura sfociò quasi subito in disordini incontrollati dei quali molti panteschi approfittarono per regolare conti personali. La giunta provvisoria resse per un paio di mesi senza riuscire a riportare l’ordine finché, il 17 Agosto, una delle tante schioppettate che rallegravano quei giorni uccise Fortunato Ribera.
Non si saprà mai chi fu a sparare, né se vi furono mandanti.
Tuttavia, il partito filo-piemontese, che trovò un nuovo leader nell’arciprete Giovanni D’Aietti, accusò del delitto i fratelli Michele, Giuseppe, Agostino e Giovanni Ribera, figli di Antonio fratello di Fortunato, e dunque nipoti dell’assassinato, nonché membri del partito filo-borbonico.
Non vi era uno straccio di prova nei confronti dei fratelli Ribera, ma le forze armate piemontesi, che nel frattempo erano sbarcate sull’isola, approfittarono dell’accusa per scatenare la repressione e liquidare la resistenza borbonica.
Così i fratelli Ribera finirono al bando, ma scamparono all’arresto rifugiandosi a Bugeber dove contavano sull’appoggio della popolazione locale e sulla vicinanza delle forre di Gelfiser, impervie e non più frequentate dai tempi delle crociate.
I rastrellamenti dei piemontesi sortirono qualche sparatoria e una sostanziale impotenza.
Nei mesi successivi ai fratelli Ribera si aggiunsero altri filo-borbonici panteschi, sufficienti per tenere sotto scacco le truppe piemontesi, ma non abbastanza per riprendere il controllo dell’isola. Così, i filo-borbonici decisero di espatriare a Malta, dove agiva un “Comitato borbonico” tollerato dagli inglesi e protetto dalla Chiesa (che con giusta lungimiranza vedeva di malocchio i piemontesi).

I filo-borbonici trascorsero a Malta alcuni mesi discutendo sul da farsi.
Tra i fratelli Ribera, che comandavano il gruppo, emersero due posizioni: una, caldeggiata da Michele, che era il maggiore dei fratelli, prevedeva l’espatrio in attesa di tempi migliori; l’altra, sbandierata da Giuseppe, prevedeva la riconquista immediata dell’isola alla causa borbonica.
Prevalse la tesi di Giuseppe e la famiglia si spaccò definitivamente: Michele e alcuni seguaci, rimasero a Malta; di essi si perderanno le tracce.
Il 30 Giugno 1862 i filo-borbonici, capeggiati da Giuseppe Ribera, effettuarono un contro sbarco a Pantelleria.
E’ difficile valutare la consistenza di questo corpo di spedizione armato.
Gli effettivi ammontavano probabilmente ad una ventina di persone, alcune delle quali abbracciarono la causa, non solo per ideali, ma anche per sottrarsi alla coscrizione militare imposta dai piemontesi, che era assai lunga e sconosciuta nel Regno delle Due Sicilie.
A questi occorre sommare numerosi fiancheggiatori, o irregolari, tra i panteschi parenti degli insorti e tra coloro che nel cambio di regime avevano perso qualcosa.
Si aggiunga che, nei due anni precedenti, si erano interrotti i collegamenti navali con il continente, con grave danno per l’economia locale e per la stessa annessione dell’isola al Regno d’Italia.
Insomma, tra le righe delle fonti si intuisce che buona parte della popolazione stava con gli insorti.

Il gruppo dei filo-borbonici spadroneggiò sull’isola per oltre un anno. In quei mesi furono presi di mira i principali membri del partito filo-piemontese, in particolare quelli della famiglia Maccotta.
Le azioni, che mieterono vittime, si svolsero anche in pieno giorno e nel centro del paese, dove gli insorti si spinsero al punto da affiggere bandi e ordinanze. Scampò, invece, ad un serio attentato Luigi Maccotta, che nelle vesti di sindaco, protetto dalle truppe savoiarde, capeggiava allora il partito filo-piemontese. Pantelleria era nel caos, divisa tra un capoluogo in mano ai filo-piemontesi e il resto dell’isola controllato dai filo-borbonici che, al pari di quelli che ormai controllavano ampie zone dell’Italia meridionale, si iniziava a definire“briganti”.
I piemontesi, tuttavia padroni dei gangli vitali dell’ex Regno delle Due Sicilie, reagirono e il 15 Agosto 1863 promulgarono la legge Pica che completava il decreto di stato d’assedio delle province meridionali (considerate “infette”) dell’anno prima.

La legge Pica definiva “brigante” chiunque fosse sorpreso armato in un gruppo di tre persone altrettanto armate.
I processi, demandati alla corte marziale, prevedevano pene severissime che andavano dai lavori forzati a vita, alla fucilazione o impiccagione. Nei processi, che non contemplavano appello, prevalse sempre la seconda ipotesi.
Nel caso di Pantelleria il governo usò il pugno duro.

Tramite il generale Govone, che con la libertà di fucilare a piacimento si occupava di reprimere la resistenza in Sicilia, i savoiardi spedirono a risolvere la questione il colonnello Eberhard, già avvezzo alle questioni di brigantaggio, con 500 militari piemontesi.
Eberhard, il cui nome ricorda una nota marca di orologi, affrontò la questione con puntiglio svizzero ma, inizialmente, con scarsi risultati. L’isola venne battuta palmo a palmo alla ricerca degli insorti, senza trovarli; questi, dal canto loro, continuavano le loro azioni di rappresaglia.
Eberhard, allora, istituì uno stato marziale che finì per rendere impossibile la vita ai panteschi: domicilio nel capoluogo, coprifuoco, controllo sugli spostamenti e soprattutto un pesante carico fiscale per mantenere le truppe di occupazione.
A cedere (forse per denaro) fu un pastore, Francesco Greco, che segnalò al colonnello il rifugio dei “briganti”, una grotta di scorrimento lavico profonda una cinquantina di metri, sita in cima alla Montagna Grande sul versante che guarda a Sud-Est.
Le truppe che la sera del 18 Settembre si mossero per porre l’assedio agli insorti, comprendevano 500 piemontesi regolari e 400 panteschi filo-piemontesi.
Gli uomini, divisi in tre squadre, raggiunsero la cima del monte il mattino seguente.
Vi fu una sparatoria tra gli assedianti e i filo-borbonici asserragliati nella grotta e ormai in trappola.
Le trattative di resa furono condotte dal colonnello in persona, che minacciò di affumicare la grotta con vapori di zolfo.
La resa venne ottenuta, sotto promessa di incolumità degli assediati.
Gli insorti furono incatenati e condotti in paese.
Per l’occasione Eberhard inscenò un sinistro corteo trionfale con tamburi rullanti e bandiere. Poi i prigionieri, dapprima rinchiusi nel Barbacane, furono trasferiti alla Colombaia di Trapani.
Da qui Giovanni e Agostino Ribera, ed altri insorti, evasero in modo rocambolesco; furono tutti ripresi, ad eccezione di Giovanni che riuscì a far perdere le sue tracce per sempre.
Alla sbarra della corte marziale si presentarono in quattordici e il 14 Giugno 1867 dieci di essi vennero condannati a morte e quattro ai lavori forzati (di cui tre a vita). La sentenza capitale venne eseguita per tre soli di essi, tra i quali Giuseppe e Agostino Ribera, che furono ghigliottinati il 2 Maggio 1868.
Ignoriamo la sorte degli altri condannati e di quelli che riuscirono a fuggire, ma non dubitiamo che fu poco felice.

2 Maggio 1868 Ci chiediamo, fra molti dubbi, se non sia questa la data in cui Pantelleria venne effettivamente annessa al Regno d’Italia; un regno il cui primo re, Vittorio Emanuele, si ostinerà a farsi chiamare “secondo”, come già nel suo piccolo regno torinese, quasi ad ammonire che l’Italia nasceva quale “cul de sac” del Piemonte. Invero, quel giorno, morirono alcuni panteschi che nessun festeggiamento ricorderà mai, perché si trovarono a combattere dalla parte sbagliata.
Marcella Labruna e Fabrizio Nicoletti.
http://coen.blogautore.repubblica.it/2011/03/17/lannessione-dei-panteschi/

 

 

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