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Home Rassegna stampa 17 marzo, la festa nata con un vizio di forma che non può decollare

17 marzo, la festa nata con un vizio di forma che non può decollare

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La pagina de "L'Inchiesta" del 17 marzo  su cui è pubblicato l'articolo di Fernando Riccardi

CASSINO - Non tutti sanno, e la cosa è abbastanza singolare, che oggi 17 marzo, ricorre la "festa dell'unità d'Italia". Anzi, per essere più precisi, si tratta della "Giornata nazionale dell'Unità, della Costituzione, dell'inno e della bandiera" istituita conla legge n. 222 del 23 novembre 2012. La festa non è di quelle cerchiate con il pallino rosso sul calendario, per cui si tratta di un giorno lavorativo come tanti altri. E questo costituisce, di certo, un'altra curiosa anomalia. Ma come, dopo 155 anni, ossia più di un secolo e mezzo, ci si ricorda di istituire la festa dell'unità d'Italia e non le si concede nemmeno la dignità di potersi vestire ed infiocchettare di rosso come il più elegante dei cadeaux?

Cose da pazzi…. Eppure l'articolo 1, comma 3 di quella legge, così recita testualmente: "La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell'anno 1861, dell'Unità d'Italia quale 'Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera', allo scopo di ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica".

Proponimenti nobili ma che, per fortuna, vengono puntualmente disattesi. Forse perché tale festa non è avvertita come tale? Forse perché l'unità d'Italia fu conseguita in una maniera poco limpida e, diciamolo pure, truffaldina? Forse perché, subito dopo l'unità, nella parte meridionale della Penisola infuriò violenta la rivolta brigantesca che assunse i toni drammatici di una vera e propria guerra civile, con italiani del nord che combattevano contro italiani del sud? Forse perché quel plebiscito, escogitato dalla fervida mente del conte di Cavour, allo scopo di dare una legittimazione formale alla aggressione "manu militari" garibaldina prima e savoiarda dopo, e che si tenne il 21 ottobre del 1860, al tirar delle somme si rivelò un gigantesco imbroglio, come ormai da tutti riconosciuto?

Sarà quel che sarà (così cantavano parecchi anni fa "I Ricchi e Poveri"), fatto sta che quella festa di recente conio non è entrata affatto nel cuore degli italiani. E sono convinto che non vi entrerà mai. Anche perché oggi, come el resto ieri, parlare di "Italia unita" sembra più che altro la burla di un buontempone che si vuole divertire a rappresentare una realtà che non c'è, che non c'è mai stata e che mai ci sarà.

Troppe le sperequazioni, troppe le differenze, troppi i dislivelli tra le due parti di un Paese che non hanno mai avuto punti di contatto e che sono stati uniti solo, almeno sulla carta, con la forza bruta delle armi, con il raggiro e con la corruzione a suon di piastre turche. Come quelle che utilizzò con grande generosità il prode Garibaldi per corrompere i vecchi ed imbelli generali borbonici.

Ma perché la festa, sia pure di serie B, è stata fissata proprio al 17 marzo? Perché quel giorno del lontano 1861 il parlamento italo-sabaudo (211 senatori, tutti di nonna regia, e 443 deputati: anche allora il consesso era sovrabbondante anziché no), radunatosi in seduta plenaria in quel di Torino, con la legge n. 4761, proclamava ufficialmente la nascita del Regno d'Italia. Dimenticando che il candido vessillo con i gigli borbonici sventolava ancora sui bastioni della formidabile fortezza di Civitella del Tronto, vicino Teramo, in Abruzzo, dove un pugno di coraggiosi soldati napoletani resisteva strenuamente all'assedio piemontese, rifiutando qualsiasi intimazione di resa.

Solo tre giorni dopo, il 20 marzo, quel manipolo di combattenti, decideva di arrendersi alle bombe assai poco intelligenti (come già a Gaeta) del truce Cialdini.E quando quei valorosi alzarono bandiera bianca il Regno d'Italia era nato già da tre giorni… Una piccola ma trascurabile anomalia che non impedì al re Vittorio Emanuele II (nella foto) di essere incoronato primo re d'Italia, riuscendo persino a far confusione (ma tale, in effetti non fu) con i numerali. Così come ininfluente risultò il fatto che tutti i comuni dell'Alta Terra di Lavoro, quella larga fascia che va da San Germano (oggi Cassino) fino a Sora, non partecipò alla farsa del plebiscito di cui sopra e, quindi, non votò per l'unità d'Italia. Con tutte queste poco edificanti premesse poteva l'unità d'Italia essere coronata da successo? In effetti, l'operazione andò a buon fine, ma il paziente si risvegliò direttamente all'altro mondo. E allora che vuoi festeggiare… Si fa festa, forse, di fronte ad un lutto?


Fernando Riccardi

Fonte: Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie

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