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Home Lezioni di storia Uomini e navi della marina da guerra del Regno delle Due Sicilie

Uomini e navi della marina da guerra del Regno delle Due Sicilie

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BIELLA - Quando una certa matrice storica tratta l'argomento sulla marineria borbonica, viene subito citato un falso storico, spacciato per un comando contenuto nel Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841 definito "Facite ammuina" (« All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa e chilli che stann' a poppa vann' a prora: chilli che stann' a dritta vann' a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann' bascio passann' tutti p'o stesso pertuso: chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à". N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »).

La falsità di questo testo è provata dal fatto che il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie non ha mai annoverato un tale articolo, regolamento della Real Marina, come tutti gli atti ufficiali, era redatto in italiano. Si tratta quindi di uno dei tanti aneddoti denigratori sulle forze armate borboniche. In realtà, la Real Marina del Regno delle Due Sicilie aveva una antichissima tradizione, tanto da avere dato origine nel 1735 alla Real Accademia di Marina, il più antico istituto del genere in Italia, la quale avrebbe poi a sua volta dato origine all'Accademia Navale di Livorno. La flotta era invece, alla metà dell'Ottocento, una delle più tecnicamente progredite dell' Italia d'allora. Sulle galere "San Gennaro, Concezione, e Sant' Antonio" veniva per la prima volta alzata la bandiera con i gigli d'oro del nuovo regno delle Due Sicilie; e sessantadue anni più tardi quella bandiera sarebbe per sempre ammainata dai legni che erano con Francesco II a Gaeta, dove egli si era trasferito per l' estrema resistenza: la corvetta a vapore "Messaggiero" la fregata "Partenope", la corvetta "Saetta", e l'avviso "Delfino". Davvero esigua era la flotta che Carlo di Borbone figlio di Filippo V di Spagna, trovò a Napoli nel 1734, quando vi entrò, assumendo l'anno seguente il titolo di re delle Due Sicilie (finalmente Napoli dopo ventisette anni di dominazione austriaca, che seguivano a due secoli di soggezione alla Spagna era rielevata a capitale di una monarchia autonoma). Le quattro galere del viceregno austriaco erano infatti riuscite a salpare alla volta di Trieste, men tre il vascello San Leopol do navigava già in Adriati co. Le navi rimaste erano soltanto quattro vetuste galere e pochi altri legnetti, quasi tutti inservibili, che proprio per tale mo tivo non avevano neppu re tentato di raggiungere l'Austria. Non v'era alcuna ordinanza di marina, non esisteva difesa delle coste, sì che città e popolazioni litoranee e bastimenti mercantili si trovavano indife si di fronte alle frequenti scorrerie dei barbareschi.

Ma in breve tempo Carlo riuscì ad avviare le basi di una marina: acquistò quel le tre galere ch'erano in costruzione a Civitavecchia e furono, le prime uni tà efficienti della flotta borbonica; piantò egli stesso, nel 1735, il primo chiodo nella trave che formava la chiglia della nuo va galera capitana; e nel medesimo anno istituì I' Accademia dei guarda stendardi, collegio per la formazione degli ufficiali di marina, e la Scuola dei grumetti (grumete, in spagnolo, vale mozzo) per i futuri piloti. Ci volle però l'atto di forza del commo doro inglese Martin per spronare Carlo a dar vita, e molto celermente, a una forte marina. Nel 1742 William Martin era entrato nel golfo di Napoli con quattro vascel li, una fregata, tre bom bardiere per dissuadere il re dall'intervenire nella guerra scoppiata tra Spagna e Austria, alla quale ultima era alleata la Gran Bretagna. Poiché non riu sciva con le buone, il com modoro posò l'orologio sul casseretto della sua na ve, l' Ipswich, fissando in mezz'ora di tempo il limi te per la risposta: o il so vrano sarebbe rimasto neutrale o la squadra bri tannica avrebbe bombar dato la città. Subito lo smacco, re Car lo ordinò senza indugio la costruzione non soltanto di navi sottili, come le ga lere (quattro ne furono im postate a Palermo), ma an che delle fregate San Ferdinando, da 54 cannoni, SS. Concezione e Santa Amalia, da 30 (a Napoli), e due altre, da 30, ne com mise alla Spagna, donde fece venire alcuni ufficia li, poiché volle foggiare la sua marina secondo il mo dello spagnolo, ricalcando le ordinanze ch'erano sta te emanate nel 1701 da Fi lippo V; e castigliana sino al 1778 fu la lingua nella quale venivano dati i co mandi. Qui conviene pre cisare che le navi spagno le erano allora, quasi si curamente, le migliori nel mondo per progetto e co struzione, di certo supe riori a quelle inglesi e fran cesi (mentre eccellevano gli ufficiali e gli equipaggi britannici), e che proprio la Spagna ostacolava il re gno delle Due Sicilie nel lo sviluppo della flotta, mentre Io sovveniva con milizie di terra. Di certo maggiore sareb be stato l'accrescimento dell'armata di Napoli, se il sovrano ch'era tanto portato verso la marina da far segnare quegli alberi che gli parevano adatti per la costruzione di navi non ne fosse stato tratte nuto appunto dalla corte di Madrid.

Tuttavia nel 1754 la flotta consisteva: nel vascello San Filippo e in cinque fregate, che formavano la prima squadra, agli ordini del comandante delle forze navali fra Michele Raggio, balì del l' Ordine di Malta; in quattro galere, seconda squadra, capitanata dal colon nello don Antonio de Zelava; nella squadra degli sciabecchi, comandata dal capitano graduato di fregata Giuseppe Martinez, che ritroveremo fra poco; e in alcune galeotte; la quarta squadra, agli ordini del tenente di nave Giovanbattista d'Afflitto. Carlo creò il corpo degli ufficiali di guerra, quello dei piloti e l'amministra zione della marina; fondò l'arsenale di Napoli e ne costruì il porto militare. Stabilì l'uniforme degli uf ficiali, che comprendeva una giubba azzurra sopra il bianco panciotto, pan talone e calzabrache bian chi, cappello a tricorno. A parte la prepotenza del commodoro Martin, il re delle Due Sicilie aveva ben motivo di possedere una flotta efficiente, anche per ché obiettivo della squa dretta di sciabecchi algeri ni, entrati nel golfo di Na poli il 21 aprile 1738, era la cattura dello stesso re, mentre egli fosse sulla via del ritorno da una battuta di caccia a Procida. Pervicaci e principali avversari erano dunque i barbareschi - pirati più che corsari - e contro di loro nel 1739 vennero armate tre piccole squadre di ga leotte e feluconi. Quella comandata dall'alfiere di galera Antonio Doria at taccò due legni tripolini, il 23 giugno, al largo di Capo Palinuro, e li cattu rò, conducendoli come preda a Napoli. Altra vit toria fu quella del 13 ago sto 1740, quando le due galeotte di Tommaso Vicuna, tenente di galera, mandarono a fondo presso Punta Stilo due analoghe navi tripoline, catturando ne le ciurme. A nulla val sero gli accordi tra la cor te borbonica e la Sublime Porta, dalla quale dipen devano le reggenze di Tri poli, Tunisi e Algeri, porti d'armamento dei barbare schi. Difatti, nonostante il trattato di pace tra il re di Napoli e il sultano, le scor rerie dei pirati continuava no, sicché i regi legni do vettero quindi proseguire le crociere di vigilanza lungo le rotte costiere, spesso intercettando le na vi africane. Tra i comandanti borbo nici emerge la figura di Giuseppe Martinez, più noto sotto il nome di guerra capitan Peppe, che passato dalla Spagna ov'era nato nel 1702, al servizio di Carlo quale alfiere, si distinse dapprima nel comando della galera San Francesco, poi della squadra delle galeotte e dal 1750, degli sciabecchi. Capitan Peppe non si limitò a difendere le coste nazionali, ma si spinse nelle acque dei barbareschi, catturando una galeotta (1747) e uno sciabecco (1750), tutt'e due tunisini.

Nell'aprile del '52,nel Mar Jonio, egli impegnò i suoi quattro sciabecchi contro una grande unità bey di Algeri, forte di sedici cannoni e più di 200 uomini d'equipaggio. La battaglia durò tre giorni e si concluse con l'affondamento del Gran Leone e la morte di centonove algerini, mentre lo stesso reis e gli altri mori vennero catturati. Tra il 1753 e il '57 il Martinez prese non meno di quattro pinchi e una galeotta, rinsaldando una fama d'invincibilità che lo fece divenire leggendario, sì che la bandiera napoletana era temuta dai barbareschi. Chiamato Carlo a succedere al fratellastro Ferdinando VI sul trono di Spagna nel 1759, la corona delle Due Sicilie passò al figlio Ferdinando IV, ancora in minore età; e nel periodo di reggenza la marina fu trascurata, al punto che non vennero impostate nuove navi e la Spagna riprese la sua supremazia sul regno di Napoli. La flotta, ridotta a tre fregate e altrettante galere, era quasi inattiva,tanto che i pirati ricominciarono la scorrerie, sbarcando abbastanza spesso sulle coste a scopo di preda e riducendone in schiavitù gli abitanti. Ma Ferdinando IV, raggiunta nel 1767 la maggiore età, si volse con passione alla marina, spinto a ciò sia dalla propria indole, sia dalla moglie Maria Carolina, che con il suo forte carattere liberò il regno dall'ingerenza spagnola e patrocinò una potente armata. Di certo l' atto più determinante del nuovo indirizzo marittimo- e non di quello soltanto- fu la chiamata a Napoli di Giovanni Acton, che dal' iniziale incarico di segretario di stato per la marina (1778) divenne in pochi anni l' ispiratore e quasi l'arbitro della politica delle Due Sicilie. Guglielmo Acton comandava la pirocorvetta Stromboli che non aprì il fuoco sui mille durante lo sbarco a Marsala. Nel 1870 divenne ministro della Marina italiana e nel 1879 vice-ammiraglio. Il nobile inglese John Francis Edward Acton, nato nel 1737, aveva prestato servizio con onore presso il Granduca di Toscana, dimostrandosi valente uomo di mare e di guerra al comando della fregata "Etruria" e per aver coperto la ritirata degli spagnoli nell' attacco di Algeri (1775) s'era meritato l' elogio del re Carlo III. Chiamato a Napoli per riordinare la marina, l'ampliò e la rinnovò. Anzitutto formulò un piano organico che prevedeva una forza di quattro (se non addiritura dodici) fregate, dodici sciabecchi, una novantina di legni minori; intraprese la costruzione del cantiere di Castellamare di Stabia, trasferì a Portici l' Accademia di Marina, ingrandendola; abolì l'uso in servizio della lingua spagnola; inviò i migliori tra i giovani ufficiali a militare su navi inglesi e francesi; istituì il corpo dei cannonieri di marina e quello della fanteria di marina, detto dei "Liparotti" essendo in prevalenza formato da isolani dell' isola di Lipari; acquistò due vascelli da 64 cannoni e una fregata da 50. Sopra tutto teneva in continua attività le navi, tanto che di buon grado inviò una forte squadra per concorrere alla spedizione ispano-maltese-portoghese contro Algeri. Nonostante i bombardamenti proseguiti per dieci giorni, l'attacco non conseguì risultati notevoli.

Tuttavia vi si segnalò il capitano di fregata Caracciolo che con lo sciabecco San Gennaro il Vigilante s'era spinto così vicino alle batterie del porto che alcuni legni algerini uscirono e l'accerchiarono; ma lo sciabecco potè liberarsi grazie al l'aiuto di due galee mal tesi. Caracciolo diede poi avvio a un incidente diplomatico. Dopo la rivoluzione del 1789 Gran Bretagna e Francia erano in guerra, e ne approfittarono i barba reschi per riprendere le scorrerie, aiutati dall'uno o dall'altro belligerante. Il naviglio militare delle Due Sicilie era perciò in mare a protezione del proprio traffico mercantile. Appunto per dar caccia a due sciabecchi algerini che vo levano attaccare una po lacca napolitana, la fregata borbonica Sirena si spinse nella rada di Cavalaire e li mandò a fondo. Ma così il comandante Caracciolo aveva svolto un'azione di fuoco in acque territoriali francesi, onde pro teste della repubblica e in chiesta. Caracciolo fu messo agli arresti a Gaeta, ma pochi mesi dopo fu libera to e ebbe anche il comando del vascello Tancredi. Intanto la politica dell'Acton dava i suoi frutti, e l'armata comprendeva cinque vascelli, otto fregate, sei corvette, per elencare soltanto le unità principali. Tuttavia, benché la flotta borbonica fosse pronta all'azione e bene armate fossero tutte le batterie del golfo, quando il capitano di vascello francese Latouche-Tréville si presentò con i suoi dieci vascelli dinanzi a Napoli (16 dicembre 1792) per esigere soddisfazione in seguito ad altro incidente diplomatico, Ferdinando IV cedette. Non soltanto, ma la squadra francese fu rifornita di tutto punto, e, per raddobbare il vascello Languedoc danneggiato da un successivo fortunale, si disarmò il Tancredi. La so sta del Languedoc fece divulgare tra i simpatizzanti le nuove idee della rivoluzione. Partito Latouche-Tréville, il re si accordò con la Gran Bretagna e nel settembre del '93 inviò una squadra per cooperare con gli inglesi alla difesa di Tolone. Caduta la città in mano ai repubblicani, tre navi napolitane presero parte alla battaglia del 13-14 marzo 1795 presso Capo Noli contro i francesi. Non fu episodio glorioso per gli alleati, che attaccarono due vascelli francesi rimasti isolati dal loro grosso e arresisi soltanto dopo aver perduto 400 uomini ed esser rimasti quasi disalberati. La cooperazione militare con gli inglesi ebbe una sosta in seguito alla tregua tra Napoli e la Francia nel 1796; tuttavia, due anni dopo, la vittoria di Nelson ad Abukir entusiasmò Ferdinando IV che accolse trionfalmente l'ammiraglio britannico e riprese le ostilità contro i francesi.

Ma, sconfitto dallo Championnet l'esercito napolitano, il re s'imbarcò per Paler mo sul vascello ammiraglio inglese Vanguard, scortato da una divisione borbonica, comandata dal Caracciolo, che nel '97 era stato promosso brigadiere (o commodoro). Lo stato d'incertezza ave va indotto molti marinai a rimanere a Napoli: al Sannita, unità di bandiera del brigadiere, mancavano ben 264 uomini. Il 28 dicembre 1798, una settimana dopo la partenza del sovrano, il vicario regio incendiò i 78 legnetti da guerra ch'erano nelle grotte di Posillipo; e, fatto ancor più doloroso, una de cina di giorni più tardi vennero dati alle fiamme, per ordine del commodoro inglese Campbell, tre vascelli, una fregata, una corvetta e bastimenti minori, affinchè non cadessero in mano ai francesi. Un altro vascello fu sabotato a Castellamare per ostruirne il porto. « Ta cito, mesto e costernato mirava il popolo... e l'un l'altro dimandava: Perché questa rovina?

Non pote vano i marinari napolitani e inglesi trasportare in Sicilia que' legni? » scrive lo storico napoletano Pietro Colletta nella sua «Sto ria del reame di Napoli dal 1734 al 1825 ». Passato in disarmo a Messina il Sannita, Caracciolo chiese licenza di andare a Napoli per sue private faccende, e da Acton la ot tenne l'11 febbraio 1799. Giunto però a Napoli, si lasciò convincere a milita re nella Marina della re pubblica partenopea. I motivi erano numerosi e seri: l'avere il re disertato la causa della patria, fuggendo e per giunta l'avere egli preferito nave straniera a quella d'un prode e onorato suo suddito, qual egli era; la condotta altezzosa di Nelson verso i napoletani e la loro marina; l'incendio della flotta napolitana; fors'anche la minaccia di morte se avesse rifiutato di servire la repubblica. Per contro, passando sotto la bandiera di essa, egli tradirebbe la fedeltà al sovrano. Nominato comandante della Marina, Caracciolo racimolò gli equpaggi per alcune cannoniere e con esse uscì più volte ad attaccare forze inglesi e regie. La repubblica ebbe breve vita, schiacciata dalle armi borboniche, russe, britanniche. La capitolazione firmata, per conto del re, dal suo vicario cardinale Ruffo, avrebbe dovuto assicurare ai repubblicani vita, libertà, possibilità di emigrare; ma Nelson, giunto cinque giorni dopo, annullò d' imperio la convenzione e fece arrestare coloro che considerava ribelli. Tra essi Caracciolo, che fu condotto in catene sulla nave ammiraglia britannica. Per ordine di Nelson, una corte marziale si riunì subito. La presiedeva il Thurn, comandante della fregata Minerva contro la quale Caracciolo aveva aperto il fuoco: onde l' accusa di fellonia. La sentenza, a maggioranza , fu di condanna a morte ignominiosa.

Caracciolo era stato tra gli ufficiali comandati tra il 1779 e il 1781 su navi britanniche e nel 1795 aveva combattuto insieme con Nelson presso capo Noli. Invano egli fece pregare l' ex compagno d' armi di concedergli morte da soldato. Nel pomeriggio del 29 giugno 1799 il duca Don Francesco Maria Caracciolo, di 47 anni, brigadiere nella marina di S.M. il re delle Due Sicilie, venne impiccato a una varea del pennone di trinchetto della "Minerva" la nave che egli aveva comandato dodici anni prima.
Di lui scrisse il Randaccio:  "Questa fu la fine di Francesco Caracciolo, esperto marinaio, prode soldato, buon cittadino; fine che a lui procacciò fama maggiore di quella che avrebbe meritato per le opere sue." Della marina detta siciliana perchè aveva seguito il re in Sicilia, alcune navi parteciparono al
blocco di Malta, in mano ai francesi, che si arresero nel 1800; e al blocco di Genova, dove si distinse la galeotta "Levriera" comandata da Raffaele de Cosa.
Nella seconda fuga di Ferdinando IV a Palermo, il 23 gennaio 1806, la maggior parte della flotta seguì il re imbarcatosi questa volta su un suo vascello. Durante i regni di Giuseppe Bonaparte e di Murat le navi borboniche e quelle inglesi combatterono contro le unità leggere e sottili di Napoli, comandate e
gui date anzitutto da cinquantacinque ufficiali di senti menti liberali, alcuni dei quali avevano servito la re pubblica partenopea, salvandosi mediante l'esilio in Francia, come Giovanni Bausan, che compì imprese assai ardue. Le frequenti azioni traeva no origine dai tentativi di prendere isole e fortificazioni in mano all'altra parte, come Gaeta, Ischia, Capri, Procida e addirittura la Sicilia. Gli scontri erano cruenti, e maggior animo veniva mostrato dai napoletani, più risoluti e mossi da ideali che probabilmente mancavano nei borbonici. Caduto Murat e proclamato nel 1815 il nuovo regno delle Due Sicilie con Ferdinando (che da quarto mutò il numero in primo), l'armata era ora composta anche dai murattisti, poiché la tregua d'armi tra le forze di Murat e quelle austro-borboniche imponeva che venisse riconosciuto il grado agli ufficiali dell'ex regno di Napoli passati al servi zio di Ferdinando. I tempi erano mutati, non più propizi alle vendette; idee di libertà, d'indipendenza e di unità nazionale circolavano, tanto che le Ordinanze generali della reale marina preparate con senno dal ministro Diego Naselli ed emanate nel 1818 concilia vano le antiche norme borboniche con quelle introdotte durante il dominio francese.
Tuttavia non correva buon sangue tra « fedelini » e murattisti, anche perché questi ultimi avevano conseguito -grazie al loro valore in battaglia e alle rapide pro mozioni murattiane - gradi elevati, al punto da aver superato i «fedelini », rimasti con il Borbone. D'altro lato, il sovrano premiò i suoi fidi con onorificenze e vantaggi ai fini della pensione. La flotta, formata anche dalle navi dell'ex Marina murattiana e tuttavia meno forte che nel 1798, comprendeva due vascelli, sei fregate, cinque corvette e quasi 200 legni minori.

Una divisione al comando di Bausan fu inviata nel settembre 1820 con il corpo di spedizione a domare l'insurrezione che, scoppiata a Napoli, si era estesa in Sicilia. Per l'aspetto scientifico e tecnico la Marina napolitana era alla testa tra le marine italiane. Nel 1818 il Ferdinando I, costruito a Napoli, fu il primo piro scafo che solcasse il Mediterraneo, e per giunta in regolare servizio postale; nello stesso anno venne fondato l'Osservatorio astronomico-nautico presso l'Accademia di marina, e, nel 1819, fu inaugurata la Specola di marina per l'istruzione degli ufficiali, militari e mercantili, nel l'uso degli strumenti nautici. Più tardi, una com missione di ufficiali sardi venne inviata a studiare i progressi della Marina del le Due Sicilie. Intanto, nel 1824, era sceso in mare il Vesuvio, primo vascello borbonico da 84 cannoni e con carena foderata di rame, seguito da una serie di altre belle unità, sì che Napoli possedeva la più potente flotta d'Italia. Durante il breve regno di Francesco I, succeduto nel 1825 a Ferdinando I, una squadra borbonica fu man data nel '28 contro il bey di Tripoli, il quale pretendeva un grosso aumento della regalia che le Due Sicilie gli davano ogni an no per ottenerne l'immunità dagli attacchi di quei pirati. Poiché tre anni prima una divisione sarda aveva ridotto il bey a più miti consigli, mediante un risoluto attacco a Tripoli, Francesco I confidava di poter ripetere la cosa, ma la squadra napolitana, com0andata da Alfonso Sozj Carafa, non fu da tanto e rientrò a Messina dopo aver inutilmente cannoneggiato Tripoli; onde il Sozj Carafa venne sottoposto a Consiglio di guerra, e il capitano di fregata Raffaele de Cosa fu spedito con tre navi a incrociare a sud della Sicilia per intercettare i barbareschi. Riuscì in fatti a catturare una golet ta tripolina, e il bey si con tentò di meno. Uno dei primi atti di Ferdinando II, re dal 1831, fu di clemenza verso gli ufficiali allontanati dal servizio dopo i moti del 1820-21. Appassionato anch'egli del mare, il nuovo sovrano accrebbe la flotta, che
veniva formata non soltanto dalle costruzioni di Castellammare e di Napoli, bensì anche con acquisti all'estero: in Gran Bretagna comperò infatti tre «pacchetti a vapore » per il servizio mercantile tra Napoli e la Sicilia (1836), che poi, tra sferiti all'armata, ne divennero le prime unità a propulsione meccanica. In so li cinque anni entrarono in servizio 19 legni a vapore, sei dei quali di costruzione nazionale e tra essi le pirocorvette Ercole, Archimede, Carlo III, Sannita: in fatto di navi a vapore, l'armata era la terza in Europa. Non esisteva però alcun bacino di carenaggio e perciò i basti menti, oltre a dipendere da porti esterni a quelli del regno, non potevano essere tutti in efficienza. Si aggiunga la costante scarsità di ufficiali. Nel 1840 fu ristabilito, per la sola marina, il servizio di leva obbligatorio, abolito nel 1821 dopo il ripristino del potere assoluto del Borbone, il quale preferiva equipaggi volontari, scelti a discrezione dei capi e più ligi al sovrano, mentre la coscrizione conferiva al militare la coscienza di un dovere verso la nazione piuttosto che verso il monarca. Ma Ferdinando II, almeno all'Inizio, volle mostrarsi aperto alle nuove idee. Pochi anni prima v'era stato un avvenimento che precorse i tempi: l'operazione congiunta mediante la quale, per gli accordi tra i due governi, una divisione delle Due Sicilie e una sarda si presentarono in assetto di combattimento dinanzi a Tunisi, per chiedere soddisfazione di certi oltraggi fatti ai loro sovrani. Ba stò la presenza della squa dra (1833) perché il bey, intimorito, rendesse gli onori alle bandiere delle due marine d'Italia. Nel 1840 il re fondò nel l'opificio di Pietrarsa una scuola di ingegneri meccanici per la condotta delle motrici dei piroscafi; e la fabbrica poi ampliò, di mo do che vi furono costruite macchine a vapore, catene, argani e altri attrezzi. Tre anni più tardi, ad accompagnare la sorella del re andata sposa all'imperatore del Brasile fu colà inviata una divisione composta dal vascello Vesuvio (gagliardetto di comando del capitano di vascello de Cosa) e dalle fregate Partenope, Amalia e Isabella, che rimasero assenti quasi sei mesi, spingendosi per la prima volta nell'emisfero australe. È stato asseri to che le navi delle Due Sicilie navigassero poco e che il sovrano fosse restìo a inviarle all'estero, per evitare contatti con popoli più liberi; ma occorre ricordare il successivo viaggio dell' Amalia a Rio de Janeiro (1844), la campagna d'istruzione dell'Urania in tutto l'Atlantico, durata 19 mesi, per gli allievi del Collegio di marina (« Si parlò a Napoli, di questo viaggio, come di un viaggio al Polo »), e le crociere di altre unità verso porti olandesi, britanni ci, francesi oltre che nel Mediterraneo. Quando, nel 1847-48, si ebbero i moti rivoluzionari e la guerra all'Austria, la flotta delle Due Sicilie era formata da 13 navi a vela e 22 a vapore, con 610 pezzi d'artiglieria, più il naviglio minore. In co struzione: un vascello da 84 cannoni e una pirocor vetta. Si badi che già da quasi un decennio l'artiglieria di bordo comprendeva i cannoni-obici Paixhans da 80, arma nuovissima e tremendamente micidiale, da poco introdotta sulle navi di Francia, ove pure era stata ideata e dalla Gran Bretagna adottata soltanto nel 1851.

A domare i moti di Palermo nel gennaio 1848 fu prontamente inviata una squadra di otto unità a vapore sulle quali erano stati imbarcati 5000 soldati, ma il loro generale fu inferiore al compito e gli insorti costrinsero le truppe a reimbarcarsi. I regi vennero cacciati dall'intera isola, tranne la cittadella di Messina. Suo malgrado Ferdinando II lasciò partire da Napoli una squadra che cooperasse con i sardi nell'Alto Adriatico, per difendere Venezia insorta contro l'Austria. Il 27 aprile i napoletani festanti salutavano con grida di "Viva l 'Italia! " le navi in uscita dal porto, sulle quali sventolava la nuovissima bandiera orlata dei tre colori attorno allo stemma borbonico, quand'ecco una barca borghese accostò il "Roberto", unità con l' insegna del brigadiere de Cosa. Nella barca era il re in abito civile. Chiamato il de Cosa, gli consegnò una busta sigillata, con l' ordine di aprirla in alto mare, e lo congedò con l' ammonimento: "Ricordati che sei vecchio e tieni famiglia!" .
Nel plico era l'ordine che la squadra, sbarcate le truppe a Pescara e e Giulianuova (cioè in territorio delle Due Sicilie) - rientrasse a Napoli. Giunto però a Pescara il brigadiere temporeggiò e proseguì per Ancona. Ignorò un altro ordine del re di rientrare a Napoli e continuò per Venezia, adducendo
la richiesta di aiuto che quel governo provvisorio gli aveva inviato. Il barone de Cosa nel frattempo promosso retroammiraglio, era animato da nobili sentimenti e dal desiderio di combattere per l'Italia, sostenuto in ciò dai ministri liberali, ma trattenuto dal re,che di persona gli scrisse di badar bene a non assalire e gli austriaci. Il 16 maggio la squadra napoletana entrò a Venezia accolta con grandi onori e feste. Ad essa il 22 si unì la squadra sarda di Abini e, con le navi veneziane mossero tutte verso Trieste. In vista delle navi austriache il vento cadde, si che due pirocorvette napolitane presero a rimorchio due fregate, mentre le tre pirofregate si avvicinavano a tutto vapore al nemico e le altre cinque navi a vela restavano indietro sparpagliate. Le sette unità sarde e napolitane che erano a portata di tiro non ebbero animo di attaccare le undici navi austriache, tutte a vela (Albini diffidò dei napolitani?) e intanto annottò. I piroscafi del Lloyd rimorchiarono in porto, a Trieste le loro unità militari, che rimasero protette dalle batterie di terra. Nel frattempo a Napoli Ferdinando aveva revocato la costituzione e soffocato nel sangue il moto liberale. E vano essendo stato l' ordine di immediato rientro che il nuovo ministro aveva diretto al de Cosa, il re spedì il brigadiere Cavalcanti latore di ordini perentori. Con un piroscafo Cavalcanti giunse l' 11 giugno nel golfo d Trieste, dove le unità napolitane, sarde e venete erano in crociera per bloccare quel porto. Il dispaccio del sovrano ingiungeva al de Cosa di muovere subito per Reggio; se avesse esitato il Cavalcanti lo avrebbe surrogato nel comando (e ciò, insieme con i fatti accaduti a Napoli in maggio, il brigadiere divulgò in tutte le navi). De Cosa dovette chinare il capo, e la sua squadra parti tra i fischi degli equipaggi sardi e veneti. Giunto a Reggio, il vecchio ammiraglio trovò l' ordine di andare a domare la rivolta nella Sicilia insorta. Era troppo. Già il 27 maggio egli aveva scritto una lettera dignitosa e patriottica per essere autorizzato a difendere Venezia; ora domandò di venire esonerato dal servizio: «La mia acciaccata salute aveami fatto transigere per la sua guarigione perché adibito al servizio del mio paese e per la prosperità dell'Italia. Ora che sembrami che tali ragioni sia no cessate, dappoiché va a combattersi contro Italiani e all'abbattimento della libertà che S.M. il Re, nel la sua clemenza, concede va ai suoi popoli, mi vedo nella necessità, anche tenuto riguardo alla illegalità degli atti, di domandare la mia esonerazione dal comando della squadra ».


Bastava molto meno, in quei tempi di feroce reazione, per rimetterci la te sta: onore va quindi reso all'ammiraglio Raffaele de Cosa che volle non guida re le sue navi contro i siciliani. Collocato a riposo l'anziano soldato rifiutò quindi i reiterati inviti a Corte e « incontrandosi col re, torcea la via per non vederlo; morì nel 1856. » Contro la Sicilia fu inviata una forte squadra agli ordini di quel brigadiere Cavalcanti ch'era persona fidata di Ferdinando. Egli e il comandante dei 14.000 soldati iniziarono dalla cittadella di Messina, unico baluardo rimasto ai regi; e Messina stessa fu presa l'8 settembre. Poi via via Milazzo, Catania, altre città e infine Palermo, il 14 maggio 1849. Nell'ultimo decennio la Marina borbonica andò avanti stancamente, quasi presaga della prossima fine. Quando fu varato a Castellammare, il 5 giugno 1850, il Monarca, il tenente di vascello d'Amico sussurrò all'orecchio di altro ufficiale: « Chi sa poi quale bandiera isserà questa nave? ». È un episodio sintomatico, al pari dell'esplosione di una polveriera (17 dicembre 1856), che provocò molte vittime, e dell'incendio della pirocorvetta Carlo III, che saltò in aria a Napoli il 4 gennaio 1857, con la morte di 39 tra ufficiali e marinai, fatti che corse voce fossero di na tura dolosa. Proseguivano intanto le costruzioni nuove, cui s'erano aggiunti taluni legni a vapore acquistati nel 1848 in Gran Bretagna dal governo rivoluzionario siciliano; e finalmente nel 1852 Napoli era stata dotata di un bacino di raddobbo. L'ultimo varo di nave borbonica si svolse il 18 gennaio 1860 a Castellammare, alla presenza del nuovo re Francesco II, succeduto da sette mesi al padre.
Per ironia della sorte il nome della nave era Borbone. Nell'estate di quell'anno, mentre i Mille combattevano per la liberazione delle Due Sicilie, l'armata del regno comprendeva: 2 vascelli, 5 fregate a vela, (2 a vapore, in costruzione o allestimento), 2 corvette a vela e 11 a vapore, 5 brigantini, 10 avvisi a va pore, 82 legni minori, tra i quali 2 rimorchiatori. Gli ultimi avvenimenti del la Marina borbonica risentono dell'indole dei differenti ufficiali e marinai, del loro modo di sentire, spesso in netto contrasto. Così, da un lato troviamo obbedienza al sovrano per tener fede al giuramento militare, se non addirittu ra per ferma convinzione di lealtà verso di lui. È il caso - oltre che del comandante della Partenope - specialmente dei marinai, devoti ai Borboni, come mostrano l'episodio dell'ammutinamento del l'equipaggio a bordo del la Fulminante (14 luglio 1860), a Napoli, per protesta contro gli ufficiali che non volevano uscir in ma re a combattere; e quello dei marinai del Fieramosca, che rinchiusero nei camerini comandante e ufficiali, perché temporeggiavano al fine di non compromettersi (tuttavia, quando il Fieramosca giunse a Napoli, gli ufficiali vennero liberati, e i marinai, sbarcati e imprigiona ti in Castel S. Elmo). Dal l'altro lato, numerosi ufficiali si dimisero dal servizio o passando invece con im peto alla bandiera sarda, come il capitano di fregata Amilcare Anguissola, che, invece di rientrare a Mes sina, il 10 luglio condusse la pirocorvetta Veloce a Palermo, unendosi alla squadra di Persano in Sici lia (l'ammiraglio sardo in dusse però l'Anguissola a offrire la sua nave a Gari baldi, per evitare compli cazioni diplomatiche). Nel la zona intermedia coloro che stavano a guardare co me si sarebbero messe le cose. Ed erano i più. Di certo, la confusione era grande. È stato detto che lo sbarco dei Mille a Marsala non fu impedito dalle navi borboniche, co me invece era logico at tendersi, dato che il gover no di Napoli riceveva noti zie precise sulla spedizio ne di Garibaldi. In realtà tre unità napolitane accor sero verso Marsala appena quel semaforo ebbe segna lato l'avvicinarsi di due va pori sospetti (difatti erano il Piemonte e il Lombardo) e, per navigare più celermente, la pirocorvetta Stromboli mollò il cavo con cui rimorchiava la fre gata a vela Partenope e ar rivò presso la città mentre i garibaldini stavano sbar cando. Ma, sollecitato dal comandante dell'Intrepid inglese presente in porto, il capitano di fregata Gu glielmo Acton non aperse il fuoco, per evitar di col pire certi edifici con la bandiera britannica, ove si raccoglievano i Mille.

Alla fine lo Stromboli tirò qualche granata contro il Piemonte e sui garibaldini. Ma era troppo tardi. Non sembra quindi strano se Francesco II stupisse sia per il modo con cui era « accaduto lo scandaloso avvenimento » sia per la conclusione alla quale arrivò il Consiglio di guerra cui i tre comandanti erano stati sottoposti: assoluzione, per avere essi « adempiuto con zelo ed energia il proprio dovere ». II diverso contegno degli ufficiali si manifestò anche a Palermo, dal 27 al 29 maggio, dopo l'ingresso dei garibaldini: da parte delle navi borboniche in rada fu effettuato un intenso cannoneggiamento della città, ma mentre la Partenope (comandante Cossovich) battè soltanto le barricate degli insorti, l'Ercole (comandante Flores) fece fuoco sul centro della città, spazzando via Toledo e causando danni e vittime. Quanto al Fieramosca, il suo comandante Vacca bombardò la città, ma il dì seguente andò a bordo di un'unità sarda per esprimere il suo rammarico. Questo capitano di vascello Vacca e il capitano di fregata Acton furono coinvolti - ma quanto differenti le loro condotte! -nell'azione che sardi e garibaldini effettuarono la notte sul 13 agosto per catturare il vascello Monarca in lavori a Castellammare. Il suo comandante, Giovanni Vacca, s'era accordato in segreto con l'ammiraglio Persano, cui aveva fornito precise noti zie sul punto d'ormeggio eccetera del Monarca, no tizie dal Persano trasmesse al Piola-Caselli che con il Tukery avrebbe condotto l'operazione. Il mattino del 13, Vacca ordinò di to gliere le catene di ferro, sicché per l'ormeggio re stassero soltanto i cavi. A ogni buon conto egli non informò nessuno della sua nave, e prudentemente si allontanò da bordo. Di notte, il Tukery entrò in porto a fanali spenti e parecchi suoi uomini erano già passati a bordo del Monarca quando fu dato l'allarme. Guglielmo Acton , comandante in 2° del vascello, reagì con prontezza, guidando la sua gente a respingere gli aggressori. Il Tukery fu costretto a ritirararsi. Molti morti, Acton resto ferito. Quando Francesco II lasciò Napoli per Gaeta, fu seguito dalla sola Partenope.

Sulle altre unità tutti si rifiutarono, perché era stata diffusa la voce che andando col re, le navi sarebbero poi state consegnate all'Austria. Piuttosto duro è il giudizio prevalente degli storici sulla Marina borbonica. Gli ufficiali erano professionalmente capaci, buoni gli equipaggi; navi e tecnica ben progredite. Mancavano tuttavia tradizione guerresca e sopratutto una tradizione morale, sia per i frequenti rivolgimenti politici- in poco più di mezzo secolo. Molti che avevano giurato fede ai Borboni credevano di non venir meno alla parola, passando nelle file dei nemici loro: " Francesco Caracciolo aveva fatto altrettanto nel 1799". Giova però aggiungere che quegli ufficiali delle Due Sicilie che più lealmente si comportarono verso il loro re, furono poi tra i migliori della Marina italiana sorta nel 1861.

Fonte: Associazione Legittimista Trono ed Altare

Uomini e navi della marina da guerra del Regno delle Due Sicilie
Ultimo aggiornamento Sabato 07 Giugno 2014 12:36  

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